Απιστία

Si sposavano Tetide e Peleo
e Apollo, invitato allo splendido banchetto,
si alzò e magnificò gli sposi
per il frutto futuro dell’unione.
Disse: «Non sarà mai toccato dalla malattia
e avrà lunga la vita». Allora, Tetide
si rallegrò davvero: conosceva
Apollo come ottimo profeta,
e quelle sue parole le sembrarono,
per il figlio, una bella garanzia.
Mentre Achille cresceva in bellezza –
era la gioia di tutta la Tessaglia! –
Tetide ricordava le parole del dio.
Ma un giorno vennero gli anziani con le ultime notizie
e dissero che Achille era stato ucciso a Troia.
Tetide allora si strappò le vesti, che erano di porpora,
e gettò via da sé, lontano, in terra, bracciali e anelli.
Poi, nel dolore, le tornò alla mente quel vecchio ricordo.
E allora chiese cosa faceva il saggio Apollo,
dove andava il poeta che ai banchetti
parla forbito? Dove andava il profeta
mentre uccidevano suo figlio nel fiore degli anni?
E gli anziani risposero che Apollo,
sì, proprio lui, era sceso a Troia
e, insieme ai troiani, aveva ucciso Achille.

Σαν πάντρευαν την Θέτιδα με τον Πηλέα
σηκώθηκε ο Απόλλων στο λαμπρό τραπέζι
του γάμου, και μακάρισε τους νεονύμφους
για τον βλαστό που θα ’βγαινε απ’ την ένωσί των.
Είπε· Ποτέ αυτόν αρρώστια δεν θ ’αγγίξει
και θα ’χει μακρινή ζωή. — Αυτά σαν είπε,
η Θέτις χάρηκε πολύ, γιατί τα λόγια
του Απόλλωνος που γνώριζε από προφητείες
την φάνηκαν εγγύησις για το παιδί της.
Κι όταν μεγάλωνεν ο Αχιλλεύς, και ήταν
της Θεσσαλίας έπαινος η εμορφιά του,
η Θέτις του θεού τα λόγια ενθυμούνταν.
Αλλά μια μέρα ήλθαν γέροι με ειδήσεις,
κι είπαν τον σκοτωμό του Αχιλλέως στην Τροία.
Κι η Θέτις ξέσχιζε τα πορφυρά της ρούχα,
κι έβγαζεν από πάνω της και ξεπετούσε
στο χώμα τα βραχιόλια και τα δαχτυλίδια.
Και μες στον οδυρμό της τα παλιά θυμήθη·
και ρώτησε τί έκαμνε ο σοφός Απόλλων,
πού γύριζεν ο ποιητής που στα τραπέζια
έξοχα ομιλεί, πού γύριζε ο προφήτης
όταν τον υιό της σκότωναν στα πρώτα νιάτα.
Κι οι γέροι την απήντησαν πως ο Απόλλων
αυτός ο ίδιος εκατέβηκε στην Τροία,
και με τους Τρώας σκότωσε τον Αχιλλέα.

Περιμένοντας τους Βαρβάρους

«Che cosa aspettiamo qui riuniti nell’agorà?»
È che oggi dovrebbero arrivare i barbari.
«Perché in senato c’è tanta inerzia?
Che stanno a fare i senatori? Perché non fanno leggi?»
Perché oggi arriveranno i barbari.
Che leggi vuoi che facciano i senatori?
Una volta arrivati i barbari, saranno loro a farle.
«Perché il nostro imperatore si è alzato così presto,
e siede davanti alla porta maggiore della città
sul trono, in posa solenne, con la corona in testa?»
Perché oggi arriveranno i barbari.
E l’imperatore aspetta di ricevere
il loro capo. Anzi, ha preparato anche
una pergamena da dargli. Dentro,
ci ha scritto molti titoli e nomi.
«Perché i nostri due consoli e i pretori sono usciti
oggi con le toghe rosse, tutte ricamate?
Perché hanno indossato bracciali con tante ametiste,
e anelli con smeraldi splendidi e luccicanti?
Perché, proprio oggi, impugnano scettri preziosi
cesellati d’argento e d’oro?»
Perché oggi arriveranno i barbari:
e queste cose li abbagliano, gli fan perdere la testa.
«Perché i retori esperti non vengono come sempre
a tenere i loro discorsi e a dire la loro opinione?»
Perché oggi arrivano i barbari:
e loro non ne vogliono sapere di discorsi eloquenti e arringhe.
«Perché, d’un tratto, sorge questa inquietudine,
quest’ansia (e guarda i visi: come sono diventati seri!)?
Perché si svuotano in fretta le strade e le piazze
e tutti tornano a casa sovrappensiero?»
Perché si è fatta notte e i barbari non sono arrivati.
E c’è gente, venuta dai confini,
che ha detto che dei barbari non c’è più traccia.
E ora che ne sarà di noi, senza più i barbari?
Questa gente, in fondo, era una soluzione.

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